venerdì 23 giugno 2017

DiCinema: la nuova Hollywood

DiCINEMA: AL PACINO
 Un viaggio nello star system mondiale, per conoscere gli attori e i registi che hanno rinnovato l’ultima generazione di miti in celluloide
Carisma volitivo e aspra caratterizzazione, per uno dei migliori attori di una generazione di “grandi leoni” del cinema americano, nel talento di Al Pacino.
Quando le origini di un uomo si fondono con il patrimonio emotivo che ogni artista ripone nell’avvalorare una recitazione unica, capace di assorbire il meglio e il peggio di una società che riflette ogni singolo segnale, per essere pura emulazione. Alfredo James Pacino, Al... come lo conosciamo tutti. Quando essere italo americano vuol dire piegarsi al volere di uno stereotipo che ti può marchiare la pelle. Un tatuaggio che è il proprio pane quotidiano, nel mestiere che ambiscono tutti. Lee Strasberg ha creduto in lui, quando la vita lo aveva già provato, abbandonato da un padre (Salvatore Pacino) che non ha mai conosciuto, cresciuto dalla madre (Rosetta Gerardi), claudicante negli studi che abbandona a 17 anni, per assaggiare la vita fatta di lavoro e umiliazione, nel ricongiungersi con le propri origini e vivere in quella Sicilia che lo ha visto prostituirsi. Lui, che ha esordito nella serie televisiva N.Y.P.D.(1968) con un arresto per porto abusivo di arma da fuoco a soli ventun anni. Lui, che ha messo il proprio nome nella saga più celebrativa del cinema americano, per volere di Coppola ne Il Padrino (Corleone, come il paese natale dei nonni materni), per diventare l’attore celebrato che non ha mai smesso di esserlo. Sidney Lumet lo ha diretto in Serpico e Quel pomeriggio di un giorno da cani, mentre Pollack lo ha traghettato nel suo Un Attimo, una Vita (Bobby Deerfield), per definire la tipica commedia plasmata da Arthur Hiller, Papà sei una frana, (pragmatismo ebraico sopra le righe scritta da Israel Orowitz), strappato l’anno successivo da Brian De Palma che lo immola nel suo Scarface (auto celebrazione di un mito), al fianco di Michelle Pfeiffer, voluti anche da Garry Marshall nel suo Paura d’Amare (Frankie and Johnny, 1991), riuscita commedia drammatica tratta da un testo teatrale di Terrence McNally. Hugh Hudson lo dirige in Revolution, spaccato storico americano di fine 700, mentre Harold Becker lo ritratteggia nel riuscito Seduzione Pericolosa, giallo psicologico che lo introduce nell’universo parallelo ricreato da Warren Beatty, nel Dick Tracy devoluto al fumetto, come celebrativa interpretazione d’immagine (fotografia e sceneggiatura ad opera d’arte) e appello di attori (da Dustin Hoffman a Madonna, Paul Sorvino e Dick Van Dyke). L’Oscar meritato arriva con Martin Brest, nel remake di Profumo di Donna di Dino Risi (da un romanzo di Giovanni Arpino, il Buio e il miele), con Chris O’Donnell al fianco di un Pacino in grande stile, ruoli precedentemente interpretati da Vittorio Gassman e Alessandro Momo. Michael Mann lo affianca al proprio ego d’attore, ovvero un Robert De Niro nei rispettivi ruoli di cacciatore e preda (Heat – La Sfida), come dissacratoria rievocazione di un cliché che ha definito l’immagine di entrambi. Misuratosi da regista e interprete, con il testo teatrale di Shakespeare Riccardo III - Un uomo, un re (portato anche in teatro, con successo di critica), Michael Radford lo ripropone, dirigendolo ne Il Mercante di Venezia, vero mattatore nei paradigmi socio-letterari dell’opera stessa. Un Pacino completamente assorbito dai caratteri che sono la nemesi della propria personalità, assuefatto di tanta dimestichezza di mestiere, portandolo a prove di brillante commedia drammatica nel dosato L’Avvocato del Diavolo, di Taylor Hackford, con un Keanu Reeves in grado di sostenere l’analoga spalla di altrettanta valenza generazionale, vedi Johnny Depp in Donnie Brasco (tratto da una biografia di Joseph D. Pistone), nuovamente alle prese con mafia e legge, sulle orme del Carlito’s Way di Brian De Palma. Una carriera decisamente costellata di successi, motivata da scelte che hanno sempre riflesso la propria realtà di attore, tra luci e ombre di un privato che non ha mai rinnegato l’autenticità di un simile mestiere... se teniamo conto che ha detto no a George Lucas, come Ian Solo di Guerre Stellari, forse imboccando una carriera e un successo che difficilmente riusciamo a dissociare dal Pacino che noi tutti vogliamo ammirare. 
Paolo Vannucci 


venerdì 26 maggio 2017

DiCinema: la nuova Hollywood

DiCINEMA: VALERIA GOLINO
Un viaggio nello star system mondiale, per conoscere gli attori e i registi che hanno rinnovato l’ultima generazione di miti in celluloide
Dolcezza mediterranea e carisma, per uno dei volti del cinema italiano che ha saputo imporsi da grande protagonista nella mecca hollywoodiana, nelle qualità di attrice di Valeria Golino.
Di certo il cinema italiano ha sempre portato un esempio di qualità e professionalità invidiato dai più grandi cineasti mondiali di ogni tempo. Se le qualità registiche sono quelle scie prioritarie che fanno strada alla popolarità, il mestiere dell'attore non è certo secondario all'importanza che riveste un tale ruolo nella produzione cinematografica. Valeria Golino è, senza dubbio, una delle attrici che ha fatto della propria determinazione di attrice, un monito di crescita professionale che l'ha portata ai più alti livelli di celebrità non solo “nazionalpopolare”. Di natali partenopei (è nata a Napoli, classe '65), ha ereditato le doti artistiche dal padre italiano e dalla madre pittrice di origine greche, francesi ed egiziane. Un battesimo da modella ad Atene, la scoperta del cinema avviene per mano di Lina Wertmüller nel film Scherzo del destino in agguato dietro l'angolo come un brigante da strada (1983), a cui seguono film minori quali Piccoli fuochi di Peter Del Monte e Storia d' Amore di Citto Maselli, per il quale riceve la Coppa Volpi alla 43° Mostra del cinema di Venezia. Ma l'ascesa al grande cinema americano arriva con le prime candidature ai ruoli di Pretty Woman e Linea Mortale, entrambi assegnati a Julia Roberts. Questo non ha di certo scoraggiato la nostra Valeria, che si è vista obbligata a rinunciare al ruolo principale affidatole da James Cameron in True Lies. Tutto questo come preambolo a quel grande esordio accanto a Dustin Hoffman e Tom Cruise, Rain Man diretto da Barry Levinson. Seguono una serie di importanti partecipazioni in film quali Paura e Amore di Margareth von Trotta e Lupo Solitario di Sean Penn. La commedia satirica la vuole protagonista nei due episodi di Hot Shots! al fianco di Charlie Sheen, mentre il cinema italiano la rivuole, nelle sapienti mani di Gabriele Salvatores che la dirige in Puerto Escondido. Incursione di prim'ordine nel film L'Amata immortale di Bernard Rose (biopic sul compositore tedesco Beethoven), per avvalorare i successivi Via da Las Vegas di Mike Figgis e Four Rooms di Quentin Tarantino. Ancora grande cinema da blockbuster per Fuga da Los Angeles di John Carpenter e Frida di Julie Taymor. Nel 2006 arriva il David di Donatello per la miglior attrice non protagonista per La guerra di Mario di Antonio Capuano. Il debutto alla regia arriva con il film Miele, per il quale ottiene il Nastro d'Argento al miglior regista esordiente. David di Donatello per la miglior attrice non protagonista per il film Il Capitale umano di Paolo Virzì e nel 2014 arriva nelle sale Il Ragazzo Invisibile di Gabriele Salvatores, riuscito esperimento di un cinema italiano che strizza l'occhio alle grandi graphic novel americane, ben accolto da pubblico e critica. Seconda Coppa Volpi alla 72° Mostra del Cinema di Venezia per il film Per Amor Vostro di Giuseppe M. Gaudino, a coronare una carriera di attrice e regista di tutto rispetto, nel buon nome di un cinema che parla oltre i confini di un prodotto non solo per amatori.
Paolo Vannucci

lunedì 24 aprile 2017

DiCinema: la nuova Hollywood

DiCINEMA: JEREMY IRONS
Un viaggio nello star system mondiale, per conoscere gli attori e i registi che hanno rinnovato l’ultima generazione di miti in celluloide
Autorevolezza e cinismo, per uno dei volti del cinema internazionale che ha saputo imporsi da grande protagonista nella mecca hollywoodiana, nelle qualità di attore di Jeremy Irons.

Quando i tratti somatici di un attore sono quella garanzia di serietà che si presta ad assimilare il meglio di quella cernita di ruoli che caratterizzano il meglio della carriera di ogni artista. Un volto scolpito nel duro marmo, con quelle striature che spezzano la routine fatta di buonismo a tutti i costi. Per quel tipo di bravura ci vuole tanta solidità di carattere, a cominciare da quella decisione di abbandonare una carriera di musicista (ama la batteria) per optare per la recitazione iscrivendosi alla Old Vic Theatre School di Bristol. Di natali inglesi (Cowed, 19 settembre 1948), di padre ingegnere e madre casalinga, debutta nella compagnia della scuola per emergere trasferendosi a Londra, dove si fa conoscere per i successivi ruoli televisivi interpretando Giovanni Battista nel musical Godspell. E' grazie alla Royal Shakespeare Company che debutta a Broadway, accanto a Glenn Close, vincendo il Tony Award per La cosa reale di Tom Stoppard. La carriera cinematografica inizia con La donna del tenente francese, diretto da Karel Reisz, accanto a Meryl Streep, che lo affiancherà qualche anno più tardi per La casa degli spiriti, di Bille August. Iniziano una serie di ruoli di prestigio, passando dall'epico Mission di Roland Joffé, interpretato in coppia con Robert De Niro, al claustrofobico Inseparabili di David Cronenberg. L'ambito Oscar come Miglior attore protagonista arriva con Il mistero Von Bulow, diretto da Barbet Shroeder. Seguono Il danno di Louis Malle, partner di Juliette Binoche, per approdare alla commedia drammatica d'azione con Die Hard – Duri a morire. Bernardo Bertolucci lo pretende per quel delizioso ruolo di intellettuale malato nei suoi desideri d'amore antico, nel riuscito Io ballo da sola, per riconfermare quella dedizione ai ruoli di solido impegno nel Lolita di Adrian Lyne, al fianco di Melanie Griffith. Altro ruolo nel kolossal storico La maschera di ferro di Randall Wallace, nel ruolo di Aramis, per replicare il genere nel Le Crociate di Ridley Scott. Ottimi disimpegni nel fantasy Dungeons & Dragons (di Courtney Solomon) e The Time Machine di Simon Wells. Altro ruolo importante per il Casanova di Lasse Hallström, senza tralasciare l'epico teatrale nel Il Mercante di Venezia di Michael Radford. Insolita intrusione nella felice commedia disimpegnata partecipando a La Pantera Rosa 2 di Harald Zwart, per arricchire i ruoli devoluti alla generazione X, cominciando da Beautiful Creatures – La sedicesima Luna, diretto da Richard LaGravenese, per passare a Batman v Superman – Dawn of Justice e Justice League di Zack Snyder, senza tralasciare il tanto sospirato Assassin's Creed di Justin Kurzel. Da non tralasciare quell'indimenticabile cameo di doppiaggio per la Disney, nel ruolo di Scar per Il Re Leone, affiancando le produzioni televisive che hanno arricchito il potenziale recitativo, passando da Low & Order – Unità Vittime speciali a I Borgia
Paolo Vannucci

mercoledì 22 marzo 2017

DiCinema: la nuova Hollywood

DiCINEMA: SCARLETT JOHANSSON
Un viaggio nello star system mondiale, per conoscere gli attori e i registi che hanno rinnovato l’ultima generazione di miti in celluloide
Sensualità e charme in un viso d'angelo, nelle camaleontiche qualità di attrice nel nome di Scarlett Johansson, ultima grande sex symbol di Hollywood.

A volte il destino di una attrice può sembrare proprio lo specchio di quel brutto anatroccolo capace di tramutarsi in quel bellissimo cigno ammirato da tutti. Se consideriamo il debutto tiepido di una trepidante adolescente senza forme nel drammatico L'uomo che sussurrava ai cavalli di Robert Redford, di strada Scarlett ne ha fatta parecchia, passando dagli spot in tenere età per approdare al cinema con forti ambizioni, grazie alla pièce teatrale Sofistry accanto ad Ethan Hawke. Figlia di Karsten Johansson (architetto) e Melanie Sloan (attrice e produttrice), i primi passi nella mecca del cinema portano i nomi di Genitori cercasi e Mamma, ho preso il morbillo, per confermare doti più mature di attrice in Ghost World di Terry Zwigoff e In fuga per la libertà di Eva Gàrdos, ricevendo le prime candidature al Golden globe con Lost in Translation di Sofia Coppola e La ragazza con l'orecchino di Perla di Peter Webber. La strada del successo comincia ad essere tutta in ascesa, passando dai riuscitissimi In Good Company (al fianco di Topher Grace e Dennis Quaid) e Match Point diretta dalla mano sapiente di un inedito Woody Allen. Ne diventa ovviamente al sua musa nei successivi Scoop e Vicky Cristina Barcelona, senza tralasciare dei picchi di celebrità nell'inedito The Island (rivisitazione del classico La fuga di Logan) di Michael Bay, per passarare a Black Dahlia di Brian De Palma a L'altra donna del Re di Justin Cadwick. La notorietà di un vasto pubblico arriva con le incarnazioni da super eroina nelle vesti de la Vedova Nera nei vari Avengers e l'incursione nell'Iron Man 2 di Jon Favreau sino ai due capitoli di Captain America (The Winter Soldier e Civil War). Ruoli di azione che riescono a confermare una sensualità di attrice che ben si abbina alla dinamicità di un cinema che cerca, nella fascia dei più giovanissimi, quella stabilità di consensi che determinano la qualità di un cinema in costante crescita. Caratteristiche confermate dall'abilità di un regista come Luc Besson, che l'ha diretta nel drammatico fantasy Lucy. Una carriera divisa tra la musica e la moda, incidendo gli album Anywhere I Lay My Head e Break Up, prestando poi il suo volto alle varie campagne di moda di Louis Vuitton, Calvin Klein e Dolce e Gabbana, con la clip Street of Dreams diretta da Martin Scorsese.
Paolo Vannucci

martedì 21 febbraio 2017

DiCinema: la nuova Hollywood

DiCINEMA: LILY COLLINS
Un viaggio nello star system mondiale, per conoscere gli attori e i registi che hanno rinnovato l’ultima generazione di miti in celluloide
Sensualità e romanticismo, per una delle attrici che ha rielaborato il ruolo di primattrice nelle qualità di Lily Collins.
Pensate che essere figli di rock star voglia dire avere una strada facile per puntare al ruolo di protagonista nel panorama competitivo di Hollywood? Sicuramente ne sa qualcosa la collaudata Liv Tyler, figlia del leader degli Aerosmith, che si è fatta strada tra partecipazioni ai videoclip per diventare protagonista d'eccezione nella trilogia dell'Anello, oltre al famoso apocalittico Armageddon di Michael Bay (con la hit musicale firmata dall'arcinoto padre). Stessa sorte sembra appartenere alla nostra Lily Collins, figlia del famoso batterista dei Genesis, Phil. Ambiziosa e talentuosa sin nei primi anni dell'infanzia, si appassiona al teatro alla precoce età di cinque primavere, per passare ad una adolescenza che la vede rivestirsi di uno spiccato senso del giornalismo, tanto da scrivere per testate di livello internazionale quali Teen Vogue e il Los Angeles Times, per ottenere la specializzazione in giornalismo televisivo alla University of Southern California. Viene notata come seducente testimonial del patinato mondo glamour della moda, posando per Chanel e Glamour, per assorbire quel mondo del cinema che la mette in luce con la partecipazione a The Blind Side di John Lee Hancock. Seguono velate prove di attrice in Priest e Abduction – Riprenditi la tua vita, quest'ultimo diretto da John Singleton e recitato al fianco di Taylor Lautner. Il vero successo di pubblico arriva con la rivisitazione del classico di Biancaneve, nel Mirror Mirror di Tarsem Singh, al fianco di una perfida Julia Roberts nel ruolo della matrigna. Un viso dolce che si ripiega facilmente nella commedia adolescenziale, ma che punta in alto con ambizione e intelligenza, visto le apparizioni riuscite in Stuck in Love, diretto da Josh Boone e The English Teacher, di Craig Zisk. La conferma di una riuscita alchimia di sentimento e commedia arriva con Scrivimi ancora, diretto da Christian Ditter, al fianco di Sam Claflin, ma il grande blockbuster di pubblico si cela dietro la scelta per il ruolo della giovanissima quindicenne Clary, nell'adattamento della trilogia scritta da Cassandra Clare, Shadowhunters – Città di ossa, per quel filone aperto dal fortunato ciclo vampiresco di Twilight, dal cui cast riemerge Jamie Bower, al suo fianco dopo il ruolo di Caius dei Volturi. La moda la reclama come volto per Lancôme, mentre non rinuncia ai ruoli di buon cinema per i successivi Rules Don't Apply, diretto da Warren Beatty, To the Bone di Marti Noxon e Okja di Bong Joon Ho, nel cui cast si uniscono Jake Gyllenhaal e Tilda Swinton, in uscita nel 2017.

Paolo Vannucci 

domenica 22 gennaio 2017

DiCinema: la nuova Hollywood

Un viaggio nello star system mondiale, per conoscere gli attori e i registi che hanno rinnovato l’ultima generazione di miti in celluloide
Il Divo camaleontico di tutti i tempi. Vera maschera d’attore, per uno dei volti che hanno celebrato il cinema mondiale, nel carisma di Robert De Niro.

DiCINEMA: ROBERT De NIRO
Ogni artista, è risaputo, mette se stesso in ogni sua opera, che sia pittura, musica, letteratura o, come in questo caso, recitazione. Se poi l’artista deve il proprio talento a quella caparbietà caratterizzata dalla propria etnia, portata con quella fierezza che volentieri rinvigorisce di autenticità un cliché annaffiato dalla stessa veridicità anacronistica che determina in molti casi la sceneggiatura... , ancora meglio. In questo caso, gli auspici non potevano essere migliori, considerando i natali devoluti da una famiglia baciata dal sacro fuoco dell’arte, nel padre Robert pittore e la madre Virginia poetessa e pittrice. Robert De Niro (Di Niro, il cognome originale dei nonni paterni, emigrati nel 1890 da Ferrazzano), con gli studi superiori abbracciati dalla Little Red School House dove si laurea, per percorrere quella strada di attore che lo vede sorretto da quei pigmalioni che credono in quella aspra caratterizzazione richiesta dai primi successi, dal Taxi Driver di Martin Scorsese (vero alter ego dell’attore) al giovane Corleone (primo Oscar come attore non protagonista), nel marchio DOP della saga diretta da un altro italo americano d'élite, Francis Ford Coppola nel suo Il Padrino. Ma il primo a credere in De Niro è Brian De Palma, che lo dirige prima in Ciao America!, influenzando la propria prova registica in Bronx, vent’anni dopo, ricucendo quella Little Italy celebrativa da ogni convenevole di parte, per proseguire con lo stesso Elia Kazan, padre dell’Actors Studio, che lo dirige in Gli Ultimi fuochi, apripista di un genere proseguito l’anno successivo dallo stesso Scorsese con l’analogo New York New York. Bernardo Bertolucci lo vuole insieme a Gèrard Depardieu, per quell’ampio ritratto storico di classe, battezzato Novecento, stessa operazione fatta da Sergio Leone per il suo pretenzioso C’era una volta in America (sulla falsariga del miglior Coppola), per arrivare alla celebrazione del proprio culto in due ampi successi, nel Il Cacciatore di Michael Cimino (primo ruolo importante per Meryl Streep, al fianco di Savage e Walken) e lo splendido Toro Scatenato di Scorsese, biopic del pugile Jack La Motta (il toro del Bronx), magistralmente fotografato da Michael Chapman, che gli vale l’Oscar per la miglior interpretazione. Di lodevole impegno spiccano Mission di Roland Joffè (al fianco di Jeremy Irons) e la prova in salsa black comedy di Alan Parker, Angel Heart, nei panni di Lucifero nel recriminare la propria anima ad un incauto Mickey Rourke in salsa voo-doo. La carriera di De Niro è un susseguirsi di ruoli di primaria importanza, mantenendo sempre alto il margine dissacratorio della commedia facile, passando dai restyling d’autore per Non siamo angeli (Sean Penn e Demy Moore, nei ruoli che furono di Bogart e Ustinov) e Cape Fear (insieme a Nick Nolte), per lievitare la facile risata nei recenti Ti presento i mei (in coppia con Ben Stiller), Un Boss sotto stress e la recente parentesi italiana diretta da Veronesi, in Manuale d’amore 3, con una Monica Bellucci in burrose forme mediterranee. Tutto a contornare un mostro sacro di attore che ha saputo caratterizzare i propri personaggi, sino al punto di autenticarli con le proprie caratteristiche, vedi la trasformazione avvenuta per mano di Kenneth Brangah, nell’omonimo Frankeinstein di Mary Shelley. Di non meno importanza rimangono i confronti diretti con i ruoli che lo hanno consacrato, vedi Il grande match, diretto da Peter Segal, nel rapporto con un rivale pugilistico di tutto rispetto in Sylvester Stallone, per passare a Lo stagista inaspettato (di Nancy Meyers) e lo stesso Nonno scatenato di Dan Mazer.
Paolo Vannucci

mercoledì 21 dicembre 2016

DiCinema: la nuova Hollywood

DiCINEMA: JAMES McAVOY
Un viaggio nello star system mondiale, per conoscere gli attori e i registi che hanno rinnovato l’ultima generazione di miti in celluloide
Carisma e ribellione, per uno dei volti del cinema internazionale che ha saputo imporsi da grande protagonista nella mecca hollywoodiana, nelle qualità di attore di James McAvoy.
Quando l'irrequietezza non prevalica il buon gusto dell'educazione, assimilando tutti quei canoni esistenziali che formano la personalità dei giovani di ogni generazione. James Andrew mcAvoy (Scozzese puro, classe '79) ha il privilegio di poter dispensare il proprio carattere forgiato nell'umiltà, per elargire ruoli di una recitazione che lo hanno immedesimato negli stessi caratteri proposti, unendo il divo al ragazzo della porta accanto. Nato da madre infermiera e padre muratore, divorziati all'età di sette anni, ha combattuto il proprio conflitto adolescenziale tra il desiderio ecclesiastico e la carriera militare, optando felicemente per una formazione artistica diplomandosi alla Royal Scottish Academy of Music and Drama. Il debutto cinematografico avviene con la pellicola diretta da David Hayman, The Near Room, continuando con ruoli che non lo pongono al centro dell'attenzione, almeno sino a quando viene scelto dal regista Andrew Adamson per interpretare il ruolo del fauno Tumnus nel primo episodio della saga Le cronache di Narnia – Il leone, la strega e l'armadio. Continua alternando film drammatici alla commedia disimpegnata, passando da L'Ultimo Re di Scozia (di Kevin McDonald) a Penelope, favola moderna al fianco di Christina Ricci. Il vero successo nella conferma di giovane attore arriva con il drammatico film diretto da Joe Wright, Espiazione, al fianco di Keira Knightley, confermando le proprie indiscusse capacità riposte nello stesso carisma, nel complesso dramma storico The Conspirator, diretto da Robert Redford. Tutto questo per un preambolo da grande protagonista, grazie ai fantomatici super eroi della Marvel, rivestendo il ruolo del Dottor Xavier nei prequel riposti nei personaggi noti come X-Men, succedendo al ruolo dell'anziano Patrick Stewart in tre capitoli che hanno avuto il pregio di costruire al meglio le complessità adolescenziali del noto gruppo di mutanti. Una carriera felicemente avviata, per un volto che non rinuncia al teatro, recitando in una pièce diretta da Richard Greenberg, Three Days of Rain, con un buon successo di pubblico e critica.

Paolo Vannucci